Tabula Rasa
La proprietà. Questo problema doloroso - essere da qualche parte - non l'ho affatto risolto, scrive Gilles Clément citato da Emilia Valenza. In Sicilia la proprietà è una sofferenza, un'ossessione che si è trasformata nel sogno di generazioni di emigrati: mandare i soldi in patria per comprare il terreno, costruire la casa per il ritorno.
Questo invio di denaro si materializza nelle costruzioni non finite sparse per l'isola. È il cordone ombelicale mai reciso con la Sicilia.
Sono edifici parziali, ville e palazzine incompiute che sorgono nelle aree di nuova espansione, senza allaccio fognario, con facciate di mattoni a vista, balconi senza parapetti, vani ciechi, scalinate celibi. E soprattutto i ferri di richiamo - i tondini dei pilastri destinati a nuove sopraelevazioni, svettanti e stagliati nel vuoto come un'intenzione indeterminata da tramandare alle generazioni successive. Il mai-finito che intanto assolve alla sua funzione: abitazione. O rimane sospeso in un limbo spazio-temporale come poliedro inconcluso.
Ida Parlavecchio scrive che questo ciclo di Ferreri non è reportage né mappatura oggettiva. Somiglia piuttosto a un viaggio che è un perdersi per province, un déjà-vu di ciò che avrebbe potuto essere.
Qui interviene la tecnica, che è la vera tesi del lavoro: foro stenopeico senza lenti, lunghi tempi di esposizione, vecchie pellicole per diapositive per luce artificiale sviluppate in C41.
Cosa produce? Scrive Valenza: l'immagine di luoghi sovra-temporali, con cieli pesanti di piombo e gialli spessi come pietra calcarea. Cromatismi che rendono inequivocabili le coordinate geografiche - siamo in quel sud dove il calore smembra i contorni e il sole abbaglia le facciate grezze - ma che al tempo stesso le rendono irriconoscibili.
Il pinhole regala profondità di campo totale, sfocatura, movimento aleatorio, tagli angolari e immersivi. La realtà diventa aleatoria, rarefatta. Le costruzioni sono lì da un tempo indefinito e narrano di un tempo senza regole, di quel caos originario che un giorno avrà la sua forma. Oggi è una realtà insulsa e la fotografia ne fornisce coscienza per non cadere nell'oblio.
Come ha osservato Marc Augé, sono spazi che talvolta risvegliano ricordi. Non sappiamo se è Sicilia o Medio Oriente. È psicogeografia pura. È il progetto che sogna se stesso, alla maniera di un ferro di richiamo.