Passaggi alla Biennale
Ezio Ferreri descrive la Biennale come un luogo di vertigini da sindrome di Stendhal, ed è esatto. La Biennale è troppa. Troppe opere, troppi spazi, troppa gente. Gli spazi reali - colonne in mattone, capriate, calli - si intrecciano con quelli delle opere esposte in un'osmosi consensuale. Non capisci più dove finisce l'Arsenale e dove inizia l'installazione.
Come si fotografa una vertigine? Il fotografo ha trovato tre strade.
La prima è quella che conosciamo: lunghi tempi di esposizione. L'architettura resta, i visitatori diventano fantasmi. Un cappotto blu a righe è l'unica cosa solida in una stanza bianca. Due piedi sono l'unica traccia davanti a una piramide di luce. Un alone giallo dietro una porta blu e verde è in realtà tre persone.
La seconda è la deconstruction cubista. L'opera perde del tutto la sua forma originaria. Il fotografo isola un dettaglio - una bocca rossa, un poncho arancione a quadri, una macchinina rossa dietro un vetro gocciolante - e lo ingrandisce in macro fino a farlo diventare astratto. Oppure ne altera la prospettiva, inclinando la fotocamera, ottenendo nuove geometrie. Oppure muove la camera durante la posa: le immagini che mi hai mandato rosa e rosse, con strisce orizzontali, sono questo - il passaggio trasformato in pittura.
La terza è il mosaico visivo. Scatta sequenze multiple frammentate e poi le riaccosta. Come un cubista.
Così facendo attraversa i progetti curatoriali dei direttori per giungere a quello che davvero rimane. Perché alla fine, dopo Szeemann, Birnbaum, Enwezor, Pedrosa, dopo Mueck e Viola, dopo 23 anni di rito biennale, cosa ricordiamo? Non la pianta della mostra. Ricordiamo una sintesi di forme e di sensazioni: un portale giallo, una sfera nera che scorre in un tubo, una sedia rossa, un gigante accovacciato, un bucato steso a Venezia.
È una scomposizione, una decomposizione, uno sfilacciamento materico. L'opera si dissolve in frammenti o si replica in forme caotiche. E diventa nuova rivelazione.