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In Sicilia. Cronache del paesaggio ultimo.

Il percorso parte dal paesaggio primordiale: l'Etna all’alba, con il pennacchio rosato, le Isole dei Ciclopi ad Acitrezza sotto la luna, i papiri immobili del Ciane, le colline dell'entroterra dissolte nella foschia. Una Sicilia senza figure umane, spogliata per una volta dall'ingombro della sua architettura millenaria, riportata alla sua natura magmatica, alla genesi stessa dell'isola - vulcano e rudere, lava di pietra nuova e sentore di fine prossima.

Dal primordiale, il racconto scivola verso il segno umano in armonia. Qui, come scrive Giosuè Calaciura nel testo critico che accompagna il lavoro, “le mani degli uomini sono state un prolungamento della natura, un socio oculato, coautore rispettoso”. Sono i muretti a secco di Favignana con Levanzo sullo sfondo, le trazzere bianche che filano dritte al mare con un solo albero all'orizzonte, i vigneti di Salina con Filicudi e Alicudi sullo sfondo, le masserie nel grano arato dove i solchi sono scrittura, le vigne sotto la neve ridotte a grafismo puro. È il paesaggio coltivato, misurato, dove pietre, animali, uomini ma anche cielo e mare convivono senza belligeranza.

Il terzo capitolo è quello del castello come prolungamento della roccia. Cefalà Diana con le due torri sul costone, Sperlinga, Mussomeli - nomi di fiaba che non sono costruiti “sul”p aesaggio, ma “sono” paesaggio. Come nota Salvatore Davì nel secondo testo critico, è qui che Ferreri affida alla fotografia il compito di edificare un discorso identitario.

L'ultimo capitolo è suggerito, più che mostrato, con pudore. Come scrive ancora Calaciura, il disastro è “pochi millimetri oltre il margine della foto”. Dietro la cava di tufo tagliata come una partitura di Burri, si intuisce l'abusivismo delle villette a mare. Dopo la curva della trazzera, si apre il nastro senza logica di un'autostrada che strataglia i campi seminati da una grammatica antica. E poi le scie luminose del viadotto di notte - luci tormentate che corrono senza senso, verso la notte - e infine Giampilieri: l’alluvione, le auto accartocciate, la ghiaia alluvionale sul guardrail. Il day after.

In definitiva, come sintetizza Davì, questo è “l'ultimo paesaggio rimasto, l'ultimo paesaggio prima dell'erosione tecnologicamente avanzata dell'uomo, l'ultimo paesaggio profondamente cinestetico prima di tornare nel reticolo del contesto urbano”.

Ferreri non denuncia. Con pietà e rabbia, documenta la fine di una stagione: la frontiera Sicilia, laboratorio di ibridazioni tra immaginazione umana e operosità febbrile della natura, prossima all'omologazione e allo sventramento. Un volo rasente sull'isola che si racconta come se fosse il mondo intero, e che ci ricorda, con la sua sontuosa presunzione, che un altro modo di stare al mondo è stato possibile.

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