Archeologia Sismica
Realizzata a partire dal 2017 con banco ottico panoramico 6x12, questa ultima sezione è una ricognizione dei ruderi ancora visibili nei diversi centri del Belìce oggi.
I ruderi assumono l'aspetto di rovine archeologiche. Pietre segnate dal tempo, ormai senza età, si stagliano contro l'azzurro del cielo. Le povere pietre del Belìce rimandano per contrasto alle maestose rovine di Selinunte, distanti pochi chilometri in linea d'aria.
Il fotografo diventa archeologo. Le macerie divenute memoria raccontano la storia costruttiva e sismica del territorio.
Ci sono immagini che sono diventate simbolo: la scalinata monumentale di Salaparuta con le due palme carbonizzate in cima, come colonne spezzate. Il cartello stradale blu GIBELLINA storto e arrugginito in mezzo al verde che indica un paese che non c'è più. Un vicolo in acciottolato perfettamente conservato che sale dritto e scompare tra i rovi, invaso dal finocchio selvatico. Una facciata in tufo con tre aperture, di cui quella centrale murata a secco con gli stessi conci caduti. Un arco a tutto sesto isolato in mezzo alle macerie che resiste come un dolmen. Un interno di chiesa scoperchiato, con le nicchie e gli stucchi ancora leggibili sotto il cielo. Case a metà tra il crollo e la ricostruzione, dove una casa nuova intonacata si appoggia a un muro sbrecciato.
Come scriveva Leonardo Sciascia nell'introduzione al “Quaderno di Montevago”(ottobre 1968) ritrovando i temi degli alunni sotto le macerie: “Nella Sicilia esiste un piccolo paese chiamato Montevago... ‘Esiste’: è questo che ci commuove, ora che il paese non esiste più.”_
Oggi questi paesi esistono come archeologia sismica. La fotografia ne fissa la dignità di rovina.